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Luca Beatrice
POPISM
L’arte in Italia dai Mass Media ai Social Network
Contrariamente a ciò che pensano molti, la Pop
Art non è un’”invenzione” americana. Nonostante
sia stata New York all’inizio degli anni Sessanta la
metropoli più rappresentativa di questa tendenza
–grazie all’attività di artisti eccezionali come Johns e
Rauschenberg prima, Warhol, Lichtenstein e tutti gli
altri subito dopo- la storiografia ha definitivamente
attribuito la paternità del termine Pop Art a Londra,
posizionandola a metà del decennio precedente.
Richard Hamilton, scomparso nel 2011, già nel 1956
aveva coniato la definizione esatta di opera pop:
“transitoria, popolare, economica, spiritosa, sexy,
giovane, e soprattutto capace di generare grossi introiti
economici”. In particolare c’è un lavoro, “Just what is
it makes today’s homes so different, so appealing?”, un
piccolo collage in cui Hamilton inserisce gli ingredienti
della comunicazione di massa, gli emblemi della vita
moderna, condendoli di un’ironia tutta inglese e di
quel senso semiserio che i suoi conterranei chiamano
appunto criticism. La parola POP compare su un
grosso lecca lecca tenuto in mano dal personaggio
maschile palestrato in primo piano (sembra - o è?-
il Johnny Weissmuller interprete cinematografico
di Tarzan), ma tutta l’opera è piena di riferimenti al
mondo della comunicazione e dei mass media, entrati
a pieno titolo nella cultura del Novecento ed esplosi
proprio negli anni Cinquanta, dunque quando si
afferma la Pop Art, grazie soprattutto alla televisione,
che infatti campeggia come una scultura totem nel
salottino di Richard Hamilton.
Rispetto agli americani, dunque, esiste una linea
europea alla Pop Art che privilegia l’elemento critico
e, pur provando una forte attrazione nei confronti
della modernità mediatica, sembra però ricordarci
che non è tutto oro ciò che riluce. Invece di produrre
icone preferisce mettere in campo situazioni oblique
e ambigue che necessitino diversi livelli di lettura. Una
linea partita da Londra che “invade” pacificamente
altri Paesi altrettanto ricettivi alla novità di un’arte
fresca, immediata, divertente ma non per questo
banale o superficiale. Stare al passo coi tempi è la
condizione di partenza, poi, rapidamente, se ne
impone un’altra: rispetto alle avanguardie storiche
la Pop Art, nonostante abbia da tempo terminato il
suo periodo aureo, non ha per niente esaurito la sua
funzione storica. Anzi si è geneticamente modificata
assumendo, di decennio in decennio, i tratti somatici
delle nuove tendenze, travalicando inoltre i confini
dell’arte visiva per invadere altre discipline e
linguaggi, tra alto e basso, come la musica, la moda,
il design, l’architettura, la scrittura, la pubblicità, la
comunicazione.
Non a caso, infatti, si continua ancora oggi a parlare
di arte pop e di cultura pop. Insomma questo
straordinario palindromo, efficacissimo anche
dal punto di vista grafico, continua imperterrito a
influenzare la visione di oggi, condividendo tale
eccellente destino con il Surrealismo, altro termine
arricchitosi nel tempo, addirittura più utilizzato
ora che nell’epoca di Dalì, Breton e Picabia. Pop
e surrealista sono diventati aggettivi accostabili a
qualsiasi sostantivo per definire un linguaggio dove
anche lontanamente siano presenti quei caratteri di
brillante superficialità o di sospensione onirica cui la
parola subito rimanda. Hanno superato la prova del
tempo, sono vivi, vegeti, attuali più che mai.
“Popism”, dunque, non è una mostra sulla Pop
Art italiana e nemmeno un’operazione vintage di
Pop Revival. Piuttosto, seguendo l’ispirazione del
britannico “criticism” dove tra un dubbio e una
certezza si sceglie sempre il primo, vuol disegnare
un panorama insieme ironico e analitico, piacevole
e intellettuale, immediato e complesso, caratteri
che peraltro coesistono pacificamente nella cultura
italiana. Il linguaggio prescelto, a parte qualche rara
eccezione, è quello della pittura, e questo per due
ragioni. La prima, perché il Premio Michetti, giunto
alla 63° edizione (si sta parlando di uno dei concorsi