Pagina 12 - popism

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artistici più longevi e accreditati nel nostro Paese) è
principalmente un premio di pittura e come tale è
giusto che il curatore si misuri con la mission originale
senza avventurarsi in narcisistici stravolgimenti.
La seconda, perché la pittura resta certamente lo
strumento più adatto, almeno nell’arte, alla produzione
di immagini persistenti, capaci di dialogare con il
mondo della comunicazione, di volta in volta in modo
concorrenziale e/o complementare.
Dal 1936, da quando Walter Benjamin pubblicò
“L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità
tecnica”, viene posto il problema intorno alla
persistenza della pittura, del fatto a mano, dal
momento che qualsiasi immagine, con tecniche oggi
peraltro impensabili dal filosofo tedesco, può essere
tecnicamente riprodotta al meglio. Se ciascuno di noi
può possedere la propria copia della Gioconda o della
Marilyn di Andy Warhol, se il concetto di originale
dell’opera d’arte non ha più senso, allora è giusto
domandarsi perché e come un linguaggio così vetusto
come la pittura riesca a sopravvivere a un tempo
che sta eliminando molto rapidamente strumenti e
riproduttori di immagini come la videocassetta e il
dvd, la pellicola fotografica, il fax e, c’è da aspettarselo
prima o poi, la televisione.
Einvecepersiste,eccome,esi rafforzaproprioattraverso
la capacità di non entrare in rotta di collisione con i new
media ma, in qualche modo, di completarli attraverso
storie parallele che mantengano un inalterato fascino
di esperienza dal vivo. E’ la logica dell’imperfezione,
il fascino dell’errore e dell’imprevisto, la sfida di
rinnovare una tradizione culturale che nei secoli ci
rese primi al mondo. Dal tempo in cui si cominciò
a parlare di mass media (Marshall McLuhan scrive
nel 1967 che il medium è messaggio, preconizzando
l’arrivo del cosiddetto villaggio globale) fino all’attuale
era dei social network, che stanno mettendo in atto
una rivoluzione paragonabile a quella del treno, la
pittura non ha mai perso la capacità di dialogare e di
interrogarsi su quale fosse il proprio ruolo all’interno
del sistema dell’arte contemporanea e nel più ampio
universo della comunicazione. Oggi, peraltro, i giovani
artisti ritengono più utile promuovere il proprio lavoro
tramite facebook e twitter piuttosto che esporlo in
piccole mostre, e probabilmente hanno ragione visto
il pubblico potenziale infinito che i social network
possono raggiungere. Ma la mostra, grande o piccola,
è l’esperienza live, come un concerto, difficile pensarla
di sostituirla o addirittura di saltarla tout court.
L’arco temporale di “Popism” ripercorre dunque il
calendario a partire proprio dal 1967, anno del celebre
testo di McLuhan, della fondazione dell’Arte Povera,
dell’inizio dei moti di piazza che incendiarono l’Italia
nel Sessantotto, ma anche delle storiche collaborazioni
tra artisti e musicisti –in Inghilterra i Beatles e Peter
Blake per “Sgt. Pepper’s” mentre Andy Warhol a
New York produce e illustra il “disco della banana”
per i Velvet Underground. Allora la Pop Art in Italia
aveva temperature diverse, tra Roma, Milano e Torino.
Mentre nella Capitale, dopo l’avventura di piazza del
Popolo, gli artisti cercavano una via d’uscita dalla pittura
attraverso la scoperta di materiali anomali (Cesare
Berlingeri, Gianfranco Notargiacomo), a Torino Ugo
Nespolo cominciava con lavori in linea con l’imminente
poverismo, che lascerà quanto prima per approdare a
un’altra rivoluzione, quella del postmoderno, Piero
Gilardi elaborava i primi tappeti natura anticipando
le tematiche ambientali urgenti nei decenni successivi,
mentre Salvo non ha ancora compiuto l’approdo alla
pittura figurativa che, dal 1974 in poi, lo vedrà in prima
fila in quella che Renato Barilli chiamerà la “ripetizione
differente” - pieno postmoderno dunque -, una
mostra allestita allo Studio Marconi di Milano, stessa
galleria che rappresentava Valerio Adami, pittore pop
lombardo per eccellenza con lo sguardo e lo studio
rivolti a Parigi. Nel medesimo ambito geografico si
colloca anche il delicato lavoro di Tino Stefanoni tra
memoria dell’arcaico e sensibilità postmoderna.
Negli anni Ottanta, con il successo del Made in Italy
- fenomeno che dall’arte va alla moda, dall’architettura
al design, dalla cucina al calcio(!) - si impone
all’attenzione generale il fenomeno dei gruppi, e la
Transavanguardia fa da traino per il crescente consenso
dell’arte italiana oltre confine. E’ l’epifenomeno di
una pittura che guarda dentro se stessa e ricerca il
senso nella storia e nella tradizione, evidenziando
un distacco dalla realtà che prima non c’era. Per
quegli anni, peraltro di straordinaria creatività, vanno